Tra le figure mondiali che hanno scelto il Locarnese come rifugio, una delle più discrete fu anche una delle più grandi: Hannah Arendt, la pensatrice della “banalità del male”, una delle menti politiche più influenti del Novecento. Per molte estati, fino all’ultima della sua vita, Arendt lasciò New York per trascorrere le vacanze a Tegna, alle porte delle Centovalli, in una pensione a conduzione familiare, la Casa Barbatè. Per capire che cosa cercasse in quel silenzio, bisogna risalire alla sua storia: una vita intera passata a pensare, e due maestri che ne segnarono il destino.
Nata a Linden, oggi parte di Hannover, nel 1906 e cresciuta a Königsberg, la città di Kant, la giovane Hannah arrivò diciottenne all’Università di Marburgo, dove insegnava il celebre filosofo Martin Heidegger. Tra il professore trentacinquenne, sposato, che stava scrivendo Essere e tempo, e la studentessa nacque una relazione segreta destinata a diventare una delle più discusse della storia della filosofia. Fu Heidegger a insegnarle che pensare è una passione, un’attività che investe l’esistenza intera; e fu per allontanarsi da lui che Arendt si trasferì a Heidelberg, dove nel 1928 si dottorò con l’altro gigante del pensiero tedesco: Karl Jaspers, con una tesi sul concetto di amore in Agostino.
I due maestri incarnarono per lei due Germanie opposte. Nel 1933 Heidegger aderì al nazionalsocialismo e assunse il rettorato di Friburgo, mentre la sua antica allieva, ebrea, fuggiva dalla Germania: prima a Parigi, poi, nel 1941, a New York, dopo l’internamento nel campo di Gurs e successiva fuga. Jaspers, al contrario, rimase in patria pagando l’isolamento per non aver ripudiato la moglie ebrea, e nel dopoguerra si trasferì a Basilea. Con lui Arendt riannodò subito il filo: il loro epistolario, durato fino alla morte di Jaspers nel 1969, è uno dei grandi dialoghi intellettuali del secolo, fatto di filosofia, politica e affetto filiale. Fu Arendt a pronunciarne l’elogio funebre a Basilea. Con Heidegger la riconciliazione arrivò nel 1950, al primo ritorno in Germania: un rapporto riannodato e mai semplice, fatto di ammirazione per il pensatore e lucidità sull’uomo, che lei stessa contribuì a far conoscere in America curandone le traduzioni.
In mezzo, Arendt era diventata Arendt: Le origini del totalitarismo nel 1951, Vita activa nel 1958, e nel 1963 il libro più controverso, Eichmann a Gerusalemme, il reportage dal processo al burocrate dello sterminio da cui nacque la formula della “banalità del male”, che le costò accuse feroci e amicizie spezzate. Donna di metropoli e di cattedre, cercava però ogni estate l’esatto contrario: verde, silenzio, concentrazione. A Tegna, dove soggiornava dapprima con il secondo marito Heinrich Blücher e poi, dopo la morte di lui nel 1970, da sola, trovava tutto questo, insieme alla cordialità dei proprietari e alla compagnia di amici.
Le giornate di Tegna erano fatte di passeggiate lungo il fiume Melezza, lettura, corrispondenze e lavoro ai manoscritti dell’opera ultima, rimasta incompiuta, La vita della mente: il tentativo di rispondere alla domanda che la ossessionava dai tempi di Eichmann, se il pensare possa preservare dal male. Il legame con Tegna divenne così forte che accarezzò l’idea di trasferirvisi definitivamente; vi rinunciò dopo la scomparsa del marito, ma continuò a tornare. Nell’estate del 1975 vi soggiornò per l’ultima volta incontrando anche l’amica di una vita, Anne Mendelssohn Weil; secondo i biografi, da quel soggiorno passò anche a salutare l’ormai anziano Heidegger. Il 4 dicembre 1975 morì a New York, alla scrivania: nella macchina da scrivere, il foglio con il solo titolo della terza parte dell’opera. Heidegger la seguì pochi mesi dopo.
La presenza di Arendt a Tegna, a lungo nota solo agli specialisti, è stata riscoperta anche grazie alla letteratura: la scrittrice svizzera Hildegard E. Keller le ha dedicato il romanzo biografico Was wir scheinen, costruito attorno all’ultima estate ticinese. E la Casa Barbatè esiste ancora, trasformata in un piccolo albergo che non ha dimenticato la sua ospite più illustre. C’è una coerenza profonda tra la pensatrice e il luogo: Arendt, che aveva riflettuto come nessun altro su esilio, apolidia e bisogno di un “posto nel mondo”, trovò nelle Terre di Pedemonte il suo angolo di quiete europea.

